Un omaggio all’unico movimento di protesta dal basso, critico verso l’economia e verso l’establishment (con l’eccezione dei teaparty che però filosoficamente sembrano andare in direzione opposta a questo movimento) della recente storia politica degli Stati Uniti.
L’unico che si è affacciato in questi ultimi dieci anni sulla scena statunitense per fare delle rivendicazioni politiche esterne a quelle dei due grandi partiti tradizionali (Democratici e Repubblicani). Tutto questo avviene a dieci anni esatti da Genova (che in qualche modo ha posto fine al movimento di Seattle dei cosidetti no-global o alter-global nato poco prima) e dal dramma delle twin towers. Si è tentato nel video di raccordare questi eventi cronologicamente distanti perché oggi sembra che siano tra loro legati. Un legame che si ritrova innanzi tutto nei volti di questi giovani, vecchi, operai, studenti, casalinghe, professionisti che sono scesi in piazza per protestare contro Wall Street (il vero luogo del potere globale). Sembra di riconoscere dei vecchi amici che non si vedeva da tempo.
Tuttavia non si tratta di dire qui: a volte ritornano, di fare cioè una rimpatriata. Si tratta anche di capire.
E’ evidente che i bisogni che muovono questo movimento possono essere simili a quelli che spinsero alla protesta di Seattle, ma vi sono delle differenze sostanziali, la prima delle quali è che il movente di oggi sono l’occupazione e le vite non solo di milioni di persone nei paesi in via di siviluppo, come era allora quando si era tentata la strada del fair trading e dell’economia no logo, ma anche di una buona parte degli occidentali stessi. Diverso quindi il gioco delle alleanze e degli avversari.
Dieci anni fa gli obiettivi erano il WTO e il FMI, nel numero dei “nemici” oggi va aggiunta la finanza non sense di Wall Street. A quei tempi in questione era il modo in cui i burocrati gestivano i prestiti verso i paesi in via di sviluppo. Allora i nemici erano dei dispositivi tecnoburocratici globali e il tentativo era quello di umanizzarli democratizzandoli.
Oggi il “nemico” adopera altre macchine: i super computer con i quali alcuni trader fanno speculazioni, operando scambi borsistici in tutto il mondo nel medesimo istante, vendendo e comprando e rivendendo e ricomprando, magari le stesse azioni, nel giro di decimi di secondo e capitalizzando così profitti fantasmagorici. Fantasmagorici nel vero senso della parola, dato che quei soldi che sono creati dal nulla nel nulla restano, alimentando il limbo della finanza per pochi e non giungendo quasi mai ad alimentare l’economia reale, cioè l’economia di tutti. Soprattutto ferire le masse umane, oggi, sono le macchine disumane rappresentate dai quei dipsositivi economico-aziendali messi in atto dalle agenzie di rating. Non fatevi ingannare. Queste agenzie globali sono delle megamacchine immateriali, dei software speculativi e gli uomini che le gestiscono, in realtà, sono servi inconsapevoli e felici (tanto più servi quanto meno consapevoli e più felici) di questi dispositivi inumani immateriali.
Dieci anni fa i contatti e le alleanze si tenevano attraverso i social forum internazionali a cui partecipavano migliaia di rappresentanti di associazioni, sindacati, popoli indigeni, ecc. Qui rappresentanti delle associazioni e persone interessate a cambiare le cose si incontravano e discutevano le strategie faccia a faccia, votando magari per alzata di mano. Poi ogni persona cercava di allargare la rete nel proprio piccolo, nel cerchio delle amicizie, del lavoro, delle associazioni di cui faceva parte, sensibilizzando più persone che poteva.
La rete di Lilliput, ad esempio, funzionava così e non si era scelta il nome a caso: l’idea era che tanti piccoli lillipuziani assieme potessero legare il gigante capitalismo (non avevano letto bene Swift visto che Gulliver poi si libera). Insomma: internet diede un grande aiuto a mantenere i contatti, ma non era lo strumento principale utilizzato dal movimento, che rimaneva quello classico delle assemblee di persone. Oggi invece di social c’è il network. Twitter e Facebook aprono nuove possibilità, ma non è dato ancora sapere in che direzione per quel che riguarda i movimenti.Sembrano degli ottimi strumenti per fare la guerriglia, come hanno dimostrato i riots di Londra quest’estate e anche i no tav, ma non si sa se saranno altrettanto validi nell’aiutare a costruire una seria alternativa politica a questo sistema economico demenziale.
Il movimento nato a Seattle invece quella alternativa l’aveva costruita e per questo a Genova qualcuno ha deciso di cantargli il requiem. Malauguratamente viene da dire con il senno di poi, visto che quel movimento aveva visto lungo. Aveva infatti previsto un futuro fatto di crisi economica globale e di una crisi ecologica da cui sarebbero scaturite una serie di conflitti locali per l’accaparramento di risorse energetiche. Aveva, ad esempio, previsto che da uno quei conflitti energetici, sorti a causa di tensioni locali, sarebbe potuto nascere un conflitto più vasto. Certo non aveva previsto che fosse così prossimo e che l’11 settembre, poche settimane dopo Genova, a N.Y. si sarebbe dato fuoco alle polveri del globo. Neanche, a quel che si ricorda, s’era previsto che un conflitto globale avrebbe da un lato rallentato e dall’altro acuito la crisi globale.
Rallentato perché quando rallentano gli aerei e il prezzo del petrolio sale, rallentano anche le merci e gli scambi. Acuito grazie all’unica ricetta che il presidente degli Stati Uniti di allora, G. W. Bush, riescì ad elaborare come risposta al buco delle Twin Towers: spendere, comprare, spendere e comprare. Così disse di fare agli americani, che lo presero in parola.
Risultato: da un lato la crisi economica globale rallentò o forse fu persino invertita, dall’altro lato, dato che gli americani per spendere si dovettero far prestare i soldi dai banchieri, si posero le basi per la crisi dei sub prime e del debito che oggi ci attanaglia tutti, forse assai più gravemente di quel che avrebbe potuto essere.
Crisi a cui molti, speranzosamente, credevano avrebbe posto fine l’era Obama e a cui invece il nuovo movimento non crede più. Barack si sta candidando ad essere la più grande delusione globale del nuovo millennio per quel popolo di sinistra che l‘ha votato. Nel video si vedono alcuni cartelli che mostrano chiaramente come il popolo americano stia passando dallo yes we can al don’t we come, dal si possiamo al non veniamo (con voi nel baratro della crisi). Il che lascia molte aperture controverse sulla connotazione politica di questo movimento. Chi crede di avere a che fare semplicemente con dei “comunisti” ha tirato le somme troppo velocemente. Questo movimento è trasversale alle ideologie. Difficilmente, uno che se ne va in giro a New York con un cartello su cui è scritto: SATANA CONTROLLA WALL STREET, può essere definito “comunista“.
Andando al di là della questione dei colori politici, resta il fatto che a questo movimento quello precedente lascia in eredità numerosi problemi a cui si sono aggiunti i nuovi.
Resta il problema della democratizzazione del FMI e del WTO i cui rappresentati sono scelti dai governi invece che eletti.
Resta il problema dei problemi globali, ovvero la riforma del consiglio di sicurezza dell‘ONU, unica istituzione globale con funzioni esecutive, dove uno solo dei membri permanenti può mettere il veto sulle risoluzioni dell’assemblea dell’ONU. Guarda caso i membri permanenti sono in pratica solo quelli che hanno l’atomica (e poi ci si chiede perché la vuole anche l’Iran). Può un mondo senza un’istituzione democratica globale risolvere i conflitti per le risorse economiche e ecologiche? Come sperare di risolvere le crisi economiche cicliche senza un simile strumento che potrebbe persino prevenirle?
Resta infine, allora come oggi, il problema di come limitare i danni dell’economia immateriale (la finanza) e il troppo potere delle multinazionali.
A questi problemi si aggiunge quello del debito pubblico degli stati sovrani. La soluzione del nuovo movimento è: la crisi ve la pagate voi (ricchi della finanza) oppure si cancella il debito per tutti. Cosa che ha senso ma è difficile da realizzare, visto che con esso si cancellerebbero anche i risparmi di milioni di piccoli investitori e imprenditori, i cui soldi sono legati a doppio filo alla folle gestione del danaro degli speculatori globali. Questa soluzione ad alcuni potrebbe apparire anche come una sorta di colossale e mondiale truffa dei Bond Argentini. Non si tratta qui, insomma, di cancellare il debito di questo o quel paese povero che, di fatto, pagando interessi stratosferici ha poi largamente restituito l’investimento iniziale di chi gli ha prestato i soldi. Qui si tratta dei soldi di gente relativamente ricca, rispetto a un contadino africano o indiano, ricca come possono esserlo il nostro vicino di casa o magari i nostri genitori che, però, dovranno perdere i loro investimenti se si cancellasse il debito. Come spiegargli che è giusto così piuttosto che una crisi al buio? Come spiegarlo a una classe media a cui hanno tolto ogni speranza a parte le due lire che ha sul conto?
Soprattutto il movimento precedente lascia in eredità il pesante passato di Genova. Si è scelto di parlare qui dei contenuti della manifestazione, delle domande e delle proposte che avrebbero dovuto essere sollevate in piazza San Giovanni se mai il corteo ci fosse arrivato. Invece tocca concludere con un’altra domanda: come sarebbe stato possibile impedire che la manifestazione globale degli Anonymous e degli Indignati di sabato 15 non cadesse negli stessi errori e nelle stesse provocazioni in cui caddero a Genova i No Global? Insomma come regolarsi con la repressione e la criminalizzazione? Su quel piano i No Global fallirono miseramente e hanno poco da insegnare. Purtroppo a leggere i giornali sembra che a Roma sabato il clima sia tornato proprio quello di Genova di 10 anni fa. Come sarebbe stato possibile impedire che la manifestazione globale degli Anonymous e degli Indignati di sabato non cadesse negli stessi errori, nelle stesse provocazioni, in cui caddero a Genova i No Global, è ancora oggetto di discussione da parte degli organizzatori. Qualcuno pensa alla necessità di un servizio d’ordine. A botte coi Black Block quindi toccherà farlo ai manifestanti d’ora in poi. Un’ultima domanda però: visto che gli tocca di fare a loro la sicurezza partecipata non si potrebbe anche farli partecipare ai lavori parlamentari e a qualche ministero?

Proprio a Howard Cain stavo pensando quando mi sono riferito ad un prossimo presidente nero repubblicano. Non sono un americanista, ma non mi meraviglierei se fosse proprio lui a sfidare Obama tra un annetto.
I tempi sono assai cambiati!
Pensa che pure tra i ranghi Repubblicani sono emerse negli ultimi anni figure come Michael Steele (primo presidente del partito Rep.) e Howard Cain, il re della pizza, in lizza per la nomination Repubblicana nel 2012.
L’elezione di Obama ha origini lontane, nel 1968.
E non dobbiamo dimenticare Condoleezza Rice e Colin Powell! Nemmeno i numerosi sindaci neri che negli anni Sessanta e soprattutto negli anni Ottanta hanno retto il peso di infauste politiche federali.
Spero di riuscire a finire presto il mio libro e di trovare un editore in modo di potere raccontare 40 anni di politica POST-RACIAL.
Obama ha vinto nel 2008 anche perché è riuscito a superare l’idea della “linea di colore” di Du Bois e a fare passare una visione multi-etnica della società statunitense. Lui stesso ne è l’esempio più fulgido, figlio di una donna del Midwest e di un keniano.
Sebbene fiotti razzisti inquinino il panorama d’oltreoceano (cosa che capita anche da questa parte dell’oceano) gli States, o se preferite l’America, è nata ed è cresciuta su un crogiolo di etnie e religioni.
Jesse Jackson nel discorso alla convention Democratica del 1984 non a caso descrisse la sua patria come una grande coperta fatta di tanti piccoli frammenti colorati, uno diverso dall’altro.
Grazie MC011 per il tuo commento! Grazie anche per averci ricordato che questo presidente americano rappresenta una speranza che milioni di afroamericani che fino a qualche secolo fa erano ancora in schiaviutù.
Grazie anche perchè mi dà l’occasione per esprimere questa considerazione paradossale, che già al tempo dell’elezione di Obama mi si presentò alla mente.
In un paese ancora oggi dominato dalle questioni della razza e del razzismo, un paese dove la fine del segrazionismo è una conquista recente, in un pease in cui tutti gli antirazzisti hanno sempre cercato di dire che il colore della pelle non può e non potrà mai fare la differenza, si è presentata questa situazione paradossale:
un presidente nero, eletto anche per il significato simbolico che ha il suo essere nero, a cui milioni di persone chiesero e chiedono dei cambiamenti significativi, questo uomo nero, se li realizzasse veramente, paradossalmente, non darebbe ragione ai teorici e ai praticanti del razzismo che hanno sempre sostenuto che neri e bianchi sono differenti? Nessuno è mai riuscito ad imporre una sanità pubblica agli americani. Se ci risucisse un nero. Come interpreterebbero gli americani questo fatto?
Forse, è il mio dubbio, Obama non può e non potrà mai cambiare significativamente la politca e lo società americana, almeno se non vuol rischiare di essere l’unico presidente nero della storia degli stati uniti per i prossimi cinquant’anni. Almeno finché il prossimo presidente nero degli stati uniti non sarà un repubblicano.
Il 17 luglio del 1984 Jesse Jackson concludeva il suo address alla convention Democratica: “Our time has come. Our faith, hope, and dreams have prevailed. Our time has come.”
Più di 33 milioni di cittadini USA rimasero inchiodate ai teleschermi (per avere un’idea dell’enorme impatto di queste parole sulla società statunitense basti pensare che nel 2008 il discorso di Denver di Obama ottenne uno share di 38,4 milioni americani).
Il tutto venne pronunciato 24 anni prima dell’avvento del 44° presidente USA e in un’epoca i cui i media, anche quelli mainstream, seppure potenti erano meno efficaci di quelli di oggi.
Agli “indignados” romani consiglio di dimenticare gli aridi comunicati stile 1970s letti ieri sera nel corso della diretta de “L’Infedele” di Lerner (pessimo come tutti i suoi colleghi nel condurre la discussione sui disordini del 15 ottobre a Roma) e di rileggere alcune pagine della storia più recente magari cominciando proprio dalle parole del candidato alla nomination Jesse Jackson: “Our time has come. Our faith, hope, and dreams have prevailed. Our time has come.”
P.S. se qualcuno volesse potrebbe andarsi anche a leggere il programma della Rainbow Coalition